Dopo un periodo di esercizio sufficiente ad accordare la mente con il corpo, variabile da persona a persona e ogni volta rinnovato, incontriamo quello che la tradizione cinese chiama Qì: una parola fondamentale e ricca di significati, appartenente sia alla filosofia naturale sia alla medicina, sia alla visione della natura della tradizione cinese, sia alla cura della salute. Il carattere Qì ⽓ può essere scritto in diversi modi. Nella sua grafia attuale è uno dei pochi che ha assunto di nuovo quella con la quale lo si scriveva anticamente. Le scuole giapponesi o di Taiwan, invece, utilizzano la grafia classica, per cui questa parola si può trovare scritta anche così 氣. Si tratta dello stesso carattere antico a cui è stato aggiunto il radicale ⽶ mǐ indicante il riso, immagine dell’aroma e del nutrimento dell’alimento base dell’Estremo Oriente. Non di rado, durante le sue lezioni il Maestro ha utilizzato il carattere taoista, sconosciuto alla gran parte dei cinesi. Esso combina il carattere wú ⽆, che significa “senza”, “non c’è”, con il radicale sottostante formato da quattro punti, che richiama, associandoli, i significati di “acqua” e di “fuoco”. Questo carattere “segreto” indica visivamente che Qì è l’esito dell’incontro di queste due forze primordiali: la natura, a cui si ispira la pratica, riesce a combinare anche forze che non sembrano compatibili. Infine, l’ideogramma primitivo, usato in epoca preistorica, ci mostra il senso originario di questa parola: esso rappresenta graficamente un flusso, una corrente. Il suo significato nel linguaggio comune è “fiato”, “aria”, “soffio”, “moto interiore”.
Ecco nell’ordine citato i quattro modi di scrivere Qì:

In italiano questa parola viene tradotta spesso con “energia”. Questa traduzione, pur non essendo sbagliata, non corrisponde precisamente all’immagine raffigurata dal carattere, perché nella nostra cultura potrebbe farci pensare al prodotto di una attività meccanica. Il senso profondo del termine è opposto: non si tratta dell’effetto di una interazione fra meccanismi o sostanze, bensì della rete immateriale di flussi che, in modo poco visibile, organizzano appropriatamente le sostanze materiali che vediamo. Usiamo pure la traduzione “energia”, però ricordando che si intende “energia vitale”. Si tratta di una immagine diffusa in tutte le culture: il prana della cultura indiana, il pneuma di quella greca antica, lo spiritus di quella latina. Questa immagine si basa su di una osservazione molto comune: la corrispondenza fra la presenza della vita e quella del respiro, di un fluire poco visibile perché interno agli esseri viventi che ne anima il corpo visibile. Anche la fisica contemporanea è giunta a osservazioni non lontane da questa. Partendo dal senso generale, questa parola assume per i praticanti significati diversi secondo il contesto. Da un lato, indica complessivamente tutto il mondo delle energie, cioè l’elemento sottile unificatore del sistema vivente. In un senso ristretto, indica “l’energia organica o corrente”, l’insieme delle energie organiche distinte da quelle riproduttive e da quelle psichiche della classica ripartizione dei “tre tesori” Jīng, Qì, Shén. In tale senso, questa parola comprende tutti i diversi aspetti dei “soffi” presenti nel nostro organismo: energia difensiva, energia nutritiva, energia corretta, energia originaria, ecc… Comprende insomma il campo principale a cui si dedicano le attività terapeutiche: un regolare scorrere di Qì corrisponde a quella che chiamiamo buona salute; un irregolare flusso di Qi, secondo la medicina cinese, è la situazione che precede e accompagna lo svilupparsi di tutte le malattie. La pratica del qigong potrebbe essere interpretata letteralmente così: qì “energia vitale” più gōng “abilità” uguale: “abilità nella percezione, correzione e uso delle energie vitali”.