Nel capitolo “Le parole rivelatrici” del Zhuangzi, l’autore, collocabile intorno al quarto secolo a.C.,
riporta un dialogo immaginario fra l’ombra e l’ombra dell’ombra. L’ombra dell’ombra, bramosa di
sapere perché si comporta imitando le movenze dell’ombra, chiede al suo modello se sa come mai
anche lui si comporta così. L’ombra si muove anch’essa copiando il corpo a cui appartiene, ma, a
differenza della sua interlocutrice, non se ne chiede la ragione, e si conforma, senza questionare,
alla propria natura, non smarrendo per questo la propria individualità.
A conclusione del suo ragionamento, nel quale sostiene di copiare il corpo a cui appartiene senza
identificarsi con esso, l’ombra si pone una domanda basilare: “Come si può interrogare ciò che è
sempre in movimento?” Tradotta in un linguaggio più esplicito, la domanda significa: “Come si può
essere se stessi, pur aderendo alla propria e, in quanto umana, comune condizione naturale?”
Questione per niente esoterica, anzi centrale anche alla luce dell’individualismo tipico della cultura
occidentale in cui siamo immersi, sempre combattuto fra l’adesione a un modello – un essere
basato sul credere: sono di destra, di sinistra, cristiano, buddista, ateo, vegetariano, ecc – e la
propria individuale esistenza, il famoso “soggetto”.
La parola dào ha dato il nome a quell’indirizzo spirituale, scientifico e filosofico cinese che
chiamiamo “taoismo”. È la prima parola del titolo e del testo del suo libro fondatore il Daode jing
attribuito a Laozi, personaggio vissuto nel VI secolo prima dell’era volgare. Il carattere dào 道
contiene a sinistra il radicale chuò 辶 che raffigura un “piede che lascia impronte” e significa sia
l’azione di camminare sia la strada stessa, e a destra il radicale shǒu 首 “testa”, che a sua volta è
formato dal segno indicante i capelli e il radicale zì 自, che raffigura un dito che indica il naso e
significa “se stesso”. Si potrebbe dire “un movimento”, un “processo”, che associa, senza
confonderli, chi lo compie al procedere stesso, il soggetto con l’azione, l’essere con il divenire.
Dào potrebbe essere la risposta alla domanda cruciale che Zhuangzi mette in bocca all’ombra:
come si può continuare ad essere se stessi mentre evolviamo in qualcosa che ancora non
conosciamo? Come si può descrivere ciò che vediamo, se non solo la realtà che ci circonda, ma
anche il nostro stesso modo di guardare sono in continua trasformazione? È semplice da dire, assai
meno da fare: procedere assecondando la natura nostra e delle cose, ovvero danzando con esse.
Questo dà ragione della differenza radicale esistente tra la concezione del pensiero moderno che
si è diffusa a partire dall’Occidente e quella della sapienza tradizionale, che si è meglio conservata
in Oriente e trova molto interesse in Occidente. Nella prima prevale l’idea che gli umani sono
fondamentalmente estranei al loro mondo; la seconda, invece, cerca, con la pratica, le similitudini
esistenti fra umano e mondo. Entrambe le concezioni sostengono qualcosa di vero. La prima offre
agli esseri umani un enorme potere di manipolazione, ma li rende sconosciuti a se stessi. La
seconda, evitando la trappola del bene e del male, ci mostra come le cose stanno nell’unico modo
possibile: nel rispecchiamento fra l’umano e il mondo in cui abita.